Sacco (302 abitanti) è sicuramente la più suggestiva fra le frazioni montane di Cosio. Si stende su una conca dalla felice esposizione climatica, a 700 metri di quota, sul fianco occidentale della bassa Val Gerola. La si raggiunge facilmente, dopo 7 km, seguendo l’ex-strada statale (ora provinciale) della Val Gerola, che si imbocca prendendo a destra al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano). Lasciando la provinciale alla deviazione, segnalata, per il centro del paese, che si trova in posizione leggermente elevata rispetto alla strada, raggiungiamo subito la piazza dove si trovano la piazza e la chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, il cui aspetto attuale è legato all’ampliamento curato dal capomastro Bartolomeo Rusca di Valmaggia (1765). 
Qui troviamo anche il monumento ai caduti ed ai dispersi nella seconda guerra mondiale, che riporta i nomi di Antonioli Luigi, Cornaggia Cesare, Mottarella Dante, Mariana Eugenio, Mariana Eligio, Orlandi Adolfo, Zecca Leonardo, Vaninetti Tullio e Bedognè Raffaele. 

 

L’origine del paese risale ai secoli del Medio-Evo, anche per afflusso di popolazione proveniente dal versante orobico bergamasco. È però a partire dal Trecento che inizia uno sviluppo favorito dal parziale abbandono del fondovalle valtellinese. L’Orsini, nella “Storia di Morbegno” (Sondrio, 1959), fa coincidere l’inizio della fortuna del paese con il processo di spopolamento di Cosio, sul fondovalle: “Lo stesso avvenne per Cosio, i cui abitanti si trasferirono pure sul monte: a Roncale, a iantina, a Campione ed a 

Sacco”. Allo spopolamento concorsero sicuramente, oltre alla sconfitta politica dei Vicedomini, il cui castello fu raso al suolo dai rivali guelfi Vitani, nel 1304, anche fattori di ordine climatico, che cominciarono a farsi sentire già nell’alto Medio-Evo. Scrive, in proposito, sempre l’Orsini: “Un’analoga tradizione… ci dice che il Bitto scendeva un giorno nella pianura fra Regoledo e Cosio, dando a questa salubrità e frescura. Lo studio attento delle stratificazioni geologiche potrebbe confermare questa tradizione, spiegarci il fatto e anche datarlo con larga approssimazione. Comunque già nell’alto Medioevo il Bitto si apriva un nuovo alveo, profondamente incassato nella forra selvaggia che si inabissa fra Bema e Sacco… Il piano di S. Martino divenne paludoso e malarico, e così pure quello di Cosio. Fu allora che sulla falda montana di Cosio sorsero le attuali frazioni di Roncale, Piantina e Sacco…” (op. cit.). 
La celebre “camera picta” di casa Vaninetti, in contrada Pirondini, fatta affrescare nel 1464 da Augustinus de Zugnonibus (ora museo), testimonia del grado di civiltà e della floridezza della Sacco quattrocentesca. Vi si trova un dipinto dedicato al mito dell’homo salvàdego, raffigurato, come nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni (che faceva parte della Lega Grigia), ricoperto di folto pelo e con un grande bastone fra le mani. Una scritta ne illustra l’indole: “E sonto un homo selvadego per natura – chi me offende ge fo pagura”. La paura, dunque, come unica punizione per chi manca di rispetto a questo essere, che rimanda al mito di un’originaria alleanza fra uomo e natura. In quest’ottica l’homo salvadego diventa non solo espressione della bontà originaria della natura e di quegli esseri che sanno vivere in armonia con essa, ma anche una sorta di specchio morale che ricorda all’uomo quanto sia innaturale l’offesa, cioè la gratuita forma di violenza. L’homo salvadego appare, dunque, come una delle tante espressioni del "buon selvaggio". Sbaglieremmo, però, ad immaginare questo essere come primitivo: o meglio, lo è solo nel senso etimologico di essere stato il primo abitatore dei monti, non nel senso di essere rozzo e sprovveduto. Fu proprio lui, anzi, ad insegnare ai colonizzatori quelle arti che permisero loro di sopravvivere alla durezza dell’ambiente montano, vale a dire la coltivazione dei campi, l’allevamento degli animali, l’apicoltura,

l’arte casearia, l’arte dell’estrazione e della lavorazione dei metalli. Fu sempre lui a mostrare un costume morale che appare tutt’altro che incivile: non si mostrò ostile di fronte all’invadenza dei nuovi venuti, preferì ritirarsi, discretamente, nelle valli più nascoste e nei luoghi più impervi ed inaccessibili. 
Ma non è solo la “camera picta” a parlare dei fasti della Sacco rinascimentale: sono altrettanto eloquenti i numerosi affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi negli interni e sulle facciate di diverse dimore. Fasti legati al clima mite (la conca di Sacco è protetta dai venti settentrionali, ha una favorevole esposizione ad est ed è posta ad una quota ideale, che tempera i rigori invernali e la calura estiva) ed alla vocazione mercantile, favorita dalla posizione strategica del borgo, nei cui pressi passava l’antichissima Via del Bitto, importante asse di comunicazione fra Valsassina e Valtellina. Sono attestati, già nel Quattrocento, importanti rapporti commerciali fra Sacco e le località di Averara  e Premana, sul versante opposto del crinale orobico: nel 1464, anno in cui fu dipinta la già citata “camera picta”, era rettore della chiesa di S. Lorenzo di Sacco il sacerdote Cristoforo di Averara. Sempre del medesimo paese era il pittore Simone di Averara, cui si deve il pregevole dipinto che raffigura S. Martino (1508), sulla parete di una casa di Sacco. 
Dal punto di vista religioso Sacco di Sopra fu, dopo l’anno Mille, inclusa nella pieve di Olonio, mentre Sacco di Sotto, dipendente da S. Martino di Morbegno, rientrava nella pieve di Ardenno; alle due contrade corrisposero forse, dal secolo XV e per un certo periodo, altrettante parrocchie, dedicate a San Lorenzo e a Sant'Antonio, anche se alcuni dubitano che Sacco di Sotto sia mai stata costituita in parrocchia. La chiesa di San Lorenzo di Sacco di Sopra cominciò ad avere un proprio curato nel 1428, staccandosi dalla parrocchia di Cosio dalla quale dipendeva; a far data dal 21 marzo 1458 anche la chiesa di Sant'Antonio di Sacco di Sotto si separava da Morbegno. 
La posizione felice non risparmiò, però, Sacco dai flagelli che colpirono la Valtellina nell’età moderna, in special modo all’inizio del Cinquecento. Nel 1513, cioè l’anno successivo rispetto all’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina, fu un’epidemia di peste a colpire duramente. Qualche anno più tardi, nel 1525, ai tempi delle azioni militari intraprese da Gian Giacomo Medici, detto il Meneghino, per riconquistare la Valtellina, da poco passata sotto la signoria delle Tre Leghe Grigie, Sacco fu saccheggiata dalle truppe dei Grigioni, perché aveva parteggiato per le truppe del Duca di Milano, che avevano tentato di riprendersi la Valtellina calando dalla Val Gerola e dalla Valmadre: fu forse questo episodio all’origine del suo nome, anche se esso può rimandare al significato di “insenatura senza via d’uscita”. Sempre a Sacco venne combattuta l’ultima battaglia che segnò la definitiva sconfitta delle mire del Meneghino: il suo capitano Marco Grasso, che veniva dalla Valsassina ed era sceso dalla Val Gerola con 500 archibugieri, venne qui sconfitto dai Grigioni. Il dominio delle Tre Leghe non subì, per il resto del secolo, altre minacce. Fu, quello, il secolo nel quale cominciò un significativo flusso migratorio, che proseguì anche nel secolo successivo e diede un contributo significativo all’economia del paese, verso Genova, Livorno e Napoli. 
Nel 1589 il celebre vescovo di Como, di origine morbegnese,Feliciano Ninguarda, visitò la Valtellina e scrisse, nella sua relazione, di Sacco: “Dal suburbio di Morbegno, oltre il ponte del Bitto, c’è la strada che conduce nella valle del Bitto, lunga più di otto miglia e sempre in salita; nella valle ci sono quattro paesi con diverse frazioni. Il primo, tre miglia sopra il ponte, è Sacco, con centocinquanta famiglie tutte cattoliche. E’ diviso in due parti, Sacco di sopra e Sacco di sotto; l’inferiore è sottoposto alla chiesa plebana di Morbegno di cui si dirà a suo tempo, e non a quella di Olonio; nel superiore, dipendente dalla chiesa di Olonio, c’è la bella chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo, il cui rettore è il sacerdote Alfonso Pirondino di Morbegno. Questa chiesa parrocchiale fu unita in antico alla chiesa di S. Martino di Cosio; attualmente è disgiunta e separata, a condizione che il curato di Cosio, in memoria dell’antica unione, raccolga e riceva ogni anno le primizie della comunità di Sacco e come controparte in determinati giorni dell’anno lui o un altro celebrino la messa nella loro chiesa. Nella stessa parrocchia vi è un altare dotato di un vistoso beneficio, dedicato alla beatissima Vergine Maria, che è posseduto dal sacerdote milanese Pietro de Carato. Alla periferia vi è una chiesa alpina dedicata a S. Bernardo, tenuta sempre chiusa ad eccezione della festa del santo. In quell’occasione si celebra la messa.” 
Dalla sua relazione ricaviamo che a Cosio si contavano allora 40 fuochi (200-240 abitanti; per avere un dato comparativo, a Traona ve n’erano 140, a Campovico e Cermeledo 45), a Piagno 15 (60-75 abitanti), a Regoledo 20 (80-100 abitanti), a Sacco 150 (600-750 abitanti), a Melirolo (Mellarolo) 20 (80-100 abitanti), a Vallate 5 (20-25 abitanti), a Piazzola 5 (20-25 abitanti) ed a Castello San Giorgio, infine, 1 (5-6 abitanti). Nella sola Sacco, dunque (peraltro divisa in Sacco di sopra, l’attuale Sacco, e di sotto, l’attuale zona di Campione), vivevano molte più famiglie di quante ve ne fossero in tutte le altre località sommate (150 famiglie contro 106). 
Un rapporto analogo si conferma qualche decennio dopo, nel 1624: a Sacco vivevano 940 abitanti (più del triplo rispetto all’attuale popolazione), a Cosio 530. Nella sua opera “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616, Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel 1587-88, così scrive di Sacco: “Dalla parte opposta, sulla riva sinistra del fiume, all’orlo quasi della vallata e poco sopra il piccolo villaggio di Campione, quasi a metà della montagna che sovrasta Morbegno, sorge l’antico e grande villaggio di Sacco che forma un comune particolare; si divide in Sacco superiore e in sacco inferiore e produce una gran quantità di panni di lana. Ivi risiedono i Bonini, gli Zugnoni, i Filippini (i quali fioriscono pure a Morbegno) e i Bellotti: tutte famiglie assai ragguardevoli”. 
Di lì a poco anche Sacco ebbe a subire la più terribile pestilenza dell’età moderna, che si scatenò in Valtellina nel 1629-31 a seguito dell’alloggiamento forzato per alcuni mesi dei lanzichenecchi che scendevano dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di successione del Ducato di Mantova: l’epidemia si portò via quasi metà dell’intera popolazione (secondo alcuni storici, addirittura quasi tre quarti: la popolazione sarebbe scesa da 150.000 a poco meno di 40.000 abitanti).
Un quadro sintetico di Sacco nellaprima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “La Valle del Bitto, così chiamata dal fiume qual passa per quella, è molto longa, più di 15 miglia, dov'è strada commodissima per andare nel stato de Venetiani, tanto a piedi quanto a cavallo. Ha sette parocchie, duoi nel fianco diritto, quatro nel fianco sinistro, et una in un monticello che si leva tra l'un e l'altro fianco… Nel fianco sinistro… la quarta è lontana da Rasura duoi miglia et 2 miglia vicina a Morbegno, chiamata Sacco, quale si divide in Sacco di sopra et Sacco di sotto; fa 200 fameglie. Ha la chiesa viceparochiale di S. Lorenzo, sotto­posta a Cosio. Questa è incredibilmente adornata d'ogni sorte d'argentarie, imagini nobilisime, organo, paramenti pretiosi, di più di quella che pare che possi promettere un monte. In questo luoco troverai prati pieni di narcisi. Tutta questa valle è ricca, perché abbonda di grassine più che ogn' altro luoco della valle; di grassine, di castagne, di grano et priva solo di vino. In questa s'attende a far panni di lana, quali si vendono non solo nella valle, ma se ne portano ancora nell'Italia. Molti hanno trafichi nel regno di Napoli, nella Sicilia, nel stato de Venetiani, con il che arrichiscono di dinari le sue contrate. Sono l' habitatori molto civili, acuti, ben complessionati.”
Il Settecento fu secolo di lenta e graduale ripresa. Nel 1797 terminò, con il congedo degli ufficiali grigioni, la dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina: la bufera napoleonica, che investiva l’Europa, riportò, infatti, la Valtellina nell’orbita dell’Italia settentrionale, prima nella Repubblica Cisalpina, poi nel Regno d’Italia (1805); nel 1807 a Sacco si contavano 400 abitanti (numero identico o quasi a Regoledo – 400 – ed a Cosio – 402 -). Caduto Napoleone, Valtellina e Lombardo-Veneto furono assoggettati alla casa d’Austria. “In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto (notificazione 12 febbraio 1816) era prevista la formazione dei due distinti comuni di Cosio con Regoledo e di Sacco. Il deputato di Valtellina conte Guicciardi auspicava il mantenimento dell’unità amministrativa tra le tre località, che avevano pascoli in comune; aggiungeva inoltre che gli abitanti di Cosio e Regoledo per l’aria meno buona d’estate si riducevano in gran parte in Sacco, “e viceversa ai tempi di maggior lavoro nella primavera ed autunno” quelli di Sacco si trasferivano tutti in Cosio o Regoledo “avendovi pressoché tutti promiscua abitazione”.
Seguendo le osservazioni del Guicciardi, l’imperial regia delegazione provinciale, nell’elenco dei comuni riordinato, propose la formazione del comune unitario di Cosio con Regoledo e Sacco, che con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio fu inserito nel distretto IV di Morbegno... Nel 1853… Cosio con le frazioni Regoledo e Sacco, comune con consiglio comunale senza ufficio proprio e con una popolazione di 1.563 abitanti, fu inserito nel distretto III di Morbegno.” (Roberto Grassi - sotto la direzione di -, Le istituzioni storiche del territorio lombardo - XIV-XIX secolo -,Regione Lombardia, 1999). Nel 1898, anno della visita pastorale del vescovo Teodoro Valfré di Bonzo, la rendita netta del beneficio parrocchiale era di lire 577,91. Entro i confini della parrocchia di Sacco, che contava 900 parrocchiani, il vescovo registrò gli oratori del Calvario, della Santa Croce, di San Bernardo, della Santissima Trinità, di San Rocco e di San Carlo. 
La Guida alla Valtellina edita nel 1884 a cura della sezione valtellinese del CAI così tratteggia il paese e la sua storia: “La valle occidentale del Bitto, ossia la val di Gerola è assai più pittoresca di quella orientale, ed è molto frequentata da coloro che amano passare fra le pure brezze estive alcune fra le più calde giornate estive. Vi conduce una strada mulattiera che parte da Morbegno al di là del Bitto e sale rapidamente a S. Carlo, e poi a Sacco, ridente villaggio. Sacco è patria di una eroina conosciuta nella storia sotto il nome di Bona Lombarda (1417-1468). Costei prima amante, poi sposa, ma più di tutto compagna d'armi segui sotto maschie vesti il conte Brunoro conduttiero al servizio di Filippo Maria Visconti, da essa incontrato nel patrio villaggioquando nel 1432 venne col Piccinino in Valtellina per cacciarne i Veneziani. E fu con lui a tutte le battaglie che combattè al soldo del Re di Napoli e della Repubblica di Venezia, dalla quale essa stessa ottenneil grado di capitano, Si segnalò nella difesa di Brescia, nell'assalto del Castel Pavone non lungi da quella città, a Negroponte contro i Turchi e inaltri luoghi, e mori a Modone. Nel casolare di Campione una pietosa inscrizione, sulle pareti di una vetusta cappella, ricorda le gesta della fortedonna. 
Nel 1526 Marco Grasso, capitano del Medeghino, scese con 500 uomini dalla Valsassina nella val di Gerola fino a Sacco, dove aveva fautori; quivi incontrò le milizie valtellinesi accorse alla difesa e dovette retrocedere. Sacco, che aveva prese le parti del Medeghino, venne dai Valtellinesi saccheggiato. Il Grasso tentò poi invano di penetrare nella Valtellina perla val Madre, alla quale, non potendo esso passare sul territorio veneto, dovette giungere per i passi di Pedena e di Dordona attraverso le valli delBitto e di Tartano.” 
La successiva storia del paese è segnata da diverse vicende, che ne testimoniano la persistente vitalità, intaccata, ma non spenta dal processo di spopolamento successivo alla seconda guerra mondiale. 
Nel 1913 vi fu una piccola rivoluzione nella vita del paese, che fu per la prima volta allacciato ad una rete di distribuzione dell’energia elettrica. Entrò, infatti, in funzione il località Dosso di Rasura una centralina elettrica che sfruttava le acque del Rio Fiume, fornendo energia elettrica ai paesi di Rasura, Bema, Mellarolo e Sacco. Se pensiamo a quanto sia per noi difficilmente immaginabile di poter vivere senza di essa, possiamo ben comprendere la portata di questo evento.
Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta il paese: “Da Morbegno a Sacco, Pedesína, Rasura, Geróla. — Da Morbegno una recente rotabile sale a larghi risvolti a sin. del fiume Bitto e giunge a Sacco, fraz. del comune di Cósio (m. 270 - cassa rur.). Sacco possiede diversi buoni dipinti nonchè le iscrizioni: Battactinus et Simon pinxerunt die 18 Madij 1464 - Hoc opus fecit fieri Augustinus de Zugnonibus. nomine Actius die XVIII Madij 1464. Presso la chiesa, all'esterno della casa già Cornaggia, la Carità di S. Martino di Simone Bascheni d'Averara (Bergamo) con la data del 1508. Sotto questo una M. col Bamb. del 1517 di Andrea de Passeris di Torno. Nel piazzale della chiesa, lato est, una ingenua e commovente Pietà del 1528, con lo stemma dei Visconti. Sopra la chiesa, in contrada Pirondini, in una casa degli Eredi Vaninetti, un locale al primo piano, ora fienile, è tutto dipinto in giro di interessanti affreschi colla data del 1464. Sull'arco dell'ingresso vedesi una S. Trinità con l'iscrizione: «Sic pax infranti sit in tua gratia guam manenti». È ben conservata una Deposizione. Sulla parete a s. è dipinta una figura in piedi in atto di tirar l'arco; su quella a d. un uomo nudo con clava. Si leggono in giro molte sentenze e proverbi, 
Più avanti, nella casa di A. Cornaggia fu Pietro, altro bell'affresco del 500 colla M. e il E. La bella casa parrocchiale contiene molte tele con ritratti di parroci. Interessante un ritratto del 1556, quelli di Bona Lombarda, di suo marito e di suo padre. La parrocchiale e l'oratorio contengono molte tele di pregio, arredi, croci d'argento provenienti da Napoli, dono degli abitanti che emigravano sia colà, sia a Genova, sia a Livorno. Fra i dipinti: una Discesa dello Spirito Santo del 1590, in una cappella a destra, ed una tela grande con la Carità di S. Martino, mandata da Napoli nel 1628. Notevoli due paliotti in marmo a bassorilievo, una con la M. ed il B., del 500, provenienti da Roma, l'altro con S. Lorenzo, nonchè i marmi preziosi degli altari. Si trova una gran tela sopra l'altare con la M., il B. e altre figure, spedite da Napoli nel 1613 con altri quadri.”

Oggi si può visitare il paese raggiungendolo comodamente in automobile, ma vale la pena si salirvi con una bella passeggiata, che segue il primo tratto dell’antichissima Via del Bitto e richiede circa un’ora di cammino. Per effettuarla, raggiungiamo l’imbocco della strada ex statale 405, ora strada provinciale, della Val Gerola, staccandoci sulla destra dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza del primo semaforo (per chi viene da Milano) all’ingresso diMorbegno. Non imbocchiamo, però, tale strada, ma parcheggiamo nei pressi del suo punto di partenza, per incamminarci su una più stretta stradina asfaltata, che se ne stacca, proprio all’imbocco, sulla sinistra. (cartello con l’indicazione per il rifugio Trona). La stradina, inizialmente ha un fondo in asfalto, poi diventa una bella mulattiera che, superate alcune baite diroccate (m. 385), conduce, poco sopra quota 400, alla selva Maloberti, dove si trova un’area di sosta attrezzata, che costituisce un eccellente osservatorio su Morbegno, sulla bassa Valtellina e sulla Costiera dei Cech.

Poi, oltrepassata una fontana dove un cartello ricorda il nesso fra pulizia e bellezza, ed intercettata la mulattiera che sale da Regoledo, raggiungiamo l’ampio terrazzo di prati e selve di castagni della località Campione (m. 580), che, alla bellezza ed amenità dello scenario naturale, unisce un motivo di interesse storico: qui nacque, infatti, nel 1417, la celebre figura di Bona Lombarda, eroina della storia del quattrocento italiano. Si trattava di una contadina di cui si innamorò il capitano Pietro Brunoro, che militava nell’esercito del Ducato di Milano (allora signoria dei Visconti), guidato dal capitano di ventura Niccolò Piccinino e dal valtellinese Stefano Quadrio, esercito che aveva appena sconfitto quello veneziano nella battaglia di Delebio (1432). I due si sposarono nella chiesa di Sacco e la moglie seguì poi il capitano, di origine parmense, nelle sue peregrinazioni legate alla compagnia di ventura per la quale militava. Fin qui niente di strano: ciò che, però, rese quasi leggendaria la figura della donna fu la pratica delle armi, nella quale, affiancando il marito, si distinse per coraggio e valore, tanto da farne un’eroina molto amata, soprattutto in epoca romantica. 

Bene: dopo aver tributato il giusto omaggio al valore delle donne valtellinesi, lasciamo alle nostre spalle anche la cappella posta a ricordo del giubileo sacerdotale di Leone XIII, proseguendo, poco oltre le belle baite ed i prati di Campione, su pista sterrata, che propone alcuni tornanti, fino ad intercettare la strada provinciale della Val Gerola. La attraversiamo ed imbocchiamo, sul lato opposto, una pista che porta a Sacco (m. 700). Ignorata una deviazione a sinistra, passiamo davanti alla cappelletta (gisöl) della Moràta e raggiungiamo il cimitero di Sacco. Di qui, in breve, siamo alla piazza ed alla chiesa parrocchiale di san Lorenzo di Sacco. Se vogliamo effettuare la medesima passeggiata partendo da Regoledo, procediamo così. Abbiamo accennato, sopra, che in località Campione la mulattiera Morbegno-Sacco viene raggiunta dalla mulattiera che sale da Regoledo. Vediamo, quindi, di descrivere come giungere a Campione da Regoledo. Lasciata l'automobile al parcheggio dalla chiesa (m. 224), portiamoci verso il lato contro-montagna del paese (verso sud), prendendo, poi, a destra, su una stradina asfaltata che scavalca su un ponticello una valletta. Appena prima del ponticello, parte, sulla sinistra, un ripido sentiero, che sale per un tratto e poi volge a destra, oltrepassando la medesima valletta. Il sentiero si fa larga mulattiera, che, più avanti, intercetta una mulattiera che sale da destra (parte anch'essa da Regoledo; se ne trova la partenza proseguendo sulla stradina asfaltata, un po' più avanti). Dopo una sequenza di tornanti dx-sx, raggiungiamo un bivio, al quale prendiamo a sinistra, seguendo la traccia meno marcata, che ci porta ad un ponticello in cemento sul quale la strada provinciale della Val Gerola scavalca una vallecola (la stessa che abbiamo attraversato più in basso). Passiamo sotto il ponte e sotto la provinciale, attraversando, subito dopo, la vallecola da destra a sinistra, proseguiamo, quindi, a salire nel bosco, con breve ripido tratto a sinistra e successiva leggera svolta a destra. Passiamo, così, a sinistra di una grande cappella, quotata 479 m. sulla carta IGM, nella quale però i dipinti sono interamente cancelatti.Proseguendo nella salita, pieghiamo leggermente a destra, poi a sinistra, e di nuovo a destra ed a sinistra. Saliamo, ora, diritti, in un suggestivo bosco, ed ignoriamo una sentiero che si stacca da quello principale sulla destra. Dopo aver piegato leggermente a sinistra, passiamo a destra di una baita; per un tratto la mulattiera è accompagnata da due bei muretti a secco; poi esce dal castagneto ed intercetta la mulattiera che sale da Morbegno e San Carlo, in località Campione. La salita a Sacco prosegue come descritto sopra.