Homo Selvadego-Insieme per Sacco

HOMO SELVADEGO


Una delle credenze più diffuse nell’ambiente alpino retico rimanda ai tempi remoti in cui la montagna venne colonizzata dall’uomo. In origine, il bosco e la selva, con tutte le loro insidie e minacce, ne erano i protagonisti incontrastati.

Ma la credenza immagina che questo mondo duro e misterioso non fosse appannaggio solo di animali e piante, ma anche di un essere dalle sembianze e dai costumi in parte umani, in parte animali. 

Un essere dei boschi, delle selve, quindi selvatico (“selvàdec” o “salvàdec”, con termini dialettali). Il suo mito ha una radice classica facilmente individuabile, quella dei miti di Fauno o Sileno (cfr. l'articolo di Giliana Muffatti Musselli "Papposileno, Ercole e uomo selvatico: l'evoluzione di un mito", nel Bollettino della Società Storica Valtellinese).
Secondo un’autorevolissima concezione, che di solito si riferisce al filosofo Aristotele, l’uomo è animale “politico”, cioè tende, per natura, ad associarsi ad altri uomini fondando comunità e città. Chi non sente questo bisogno è meno che uomo (animale), o più che uomo (Dio). L’”homo selvadego” (o “salvadego”) sembra, almeno in parte, contraddire questa concezione: ha tratti umani (anche se il suo pelo ispido ed irsuto, di cui solamente rivestito, lo rende una figura paurosa, simile, per certi aspetti, allo Yeti, “abominevole” uomo delle nevi), ma vive solitario e non sente il bisogno di abbattere boschi e fondare villaggi o città. Nell'immaginario delle genti di montagna questa figura ha spesso assunto tratti fortemente ambivalenti: icona della bontà, giustizia e sapienza dell'uomo in origine conciliato con la natura, da una parte, icona della crudele bestialità dell'uomo che non riconosce i vincoli elementari dell'umanità (non mangiare i propri simili), dall'altra. 
Sbaglieremmo, dunque, ad immaginare questo essere semplicemente come un primitivo: o meglio, lo è solo nel senso etimologico di essere stato il primo abitatore dei monti, non nel senso di essere rozzo e sprovveduto. Nella sua versione, per così dire, "positiva" fu, infatti, proprio lui ad insegnare ai colonizzatori quelle arti che permisero loro di sopravvivere alla durezza dell’ambiente montano, vale a dire la coltivazione dei campi, l’allevamento degli animali, l’apicoltura, l’arte casearia, l’arte dell’estrazione e della lavorazione dei metalli. Fu sempre lui a mostrare un costume morale che appare tutt’altro che incivile: non si mostrò ostile di fronte all’invadenza dei nuovi venuti, preferì ritirarsi, discretamente, nelle valli più nascoste e nei luoghi più impervi ed inaccessibili. 
E di lui resta, come sintesi di un atteggiamento antitetico rispetto alla violenza predatoria, quel motto che ne accompagna una raffigurazione nella celebre “camera picta” (1464) che si trova in una casa (che ospita anche il Museo dell'homo salvadego) della contrada Pirondini di Sacco(m. 700), primo paese che si incontra salendo in Val Gerola: “E sonto un homo selvadego per natura – chi me offende ge fo pagura”. La paura, dunque, come unica punizione per chi manca di rispetto a questo essere che rimanda al mito di un’originaria alleanza fra uomo e natura. La paura, quasi punizione della coscienza morale (è credenza assai radicata che la paura sia figlia della cattiva coscienza, ed attanagli quindi chi fa del male: “male non fare, paura non avere”, recita un adagio della saggezza popolare). In quest’ottica, l’homo selvadego diventa non solo espressione della bontà originaria della natura e di quegli esseri che sanno vivere in armonia con essa, ma anche una sorta di specchio morale che ricorda all’uomo quanto sia innaturale l’offesa, cioè la gratuita forma di violenza.Nell’articolo di Rossana Sacchi “Migrazioni iconografiche e vicende storiche dell'Uomo Selvatico” (in “Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, Milano, 1995), leggiamo:
“Nel paese di Sacco, in val Gerola, si conserva una delle più celebri raffigurazioni dell'Uomo Selvatico rinvenute finora nelle Alpi italiane, oggi assai nota in quanto l'immagine è stata riprodotta su cartoline, depliants e copertine di opuscoli e libri, a segnalare una indubbia fortuna locale e non. L'Uomo Selvatico di Sacco è dipinto ad affresco in una stanza sita nella contrada Pirondini, al secondo piano di una antica casa in pietra già costituita da tre locali sovrapposti, fino a non molti anni fa ancora utilizzati come stalla, fienile e solaio, ma in origine, nel XV secolo, destinati ad uso abitativo. L'ambiente, che misura circa 5 metri per 3, è affrescato su tutte e quattro le pareti (si può perciò a ragione parlare di una camera picta)… Nella camera picta di Sacco ci sono… due «personaggi parlanti»: si tratta dell'Uomo Selvatico e dell'Arciere, collocati rispettivamente a sinistra e a destra dell'ingresso: accanto al viso del primo si trova liberamente scritta la citatissima frase «E sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura», mentre purtroppo non è più completamente leggibile il cartiglio «legato» all'Arciere, di nuovo espresso in prima persona: «Sonto uno che senza malitia de pecati...». Esisteva dunque un legame preciso tra l'Uomo Selvatico e l'Arciere: entrambi si presentavano al riguardante enunciando il proprio status, di temibile uomo «selvatico per natura» e di buon cristiano «senza malitia de pecati», cui seguivano ulteriori, e ormai perdute, spiegazioni. Le due figure dipinte ai lati della porta vanno quindi lette in rapporto tra loro… Un unico filo moralizzato può quindi legare le due figure, il gigante peloso e il piccolo arciere con l'arco che si fronteggiano in casa Zugnoni-Vaninetti: esse rappresentano l'uomo, nel suo doppio stato primordiale (l'uomo «selvatico per natura») ed evoluto, abitatore di un mondo ormai salvato e redento (l'arciere, che si presenta proprio «senza malitia de pecati»).
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Figura misteriosa ed intrigante, l'homo salvadego non manca di mostrare un suo particolarissimo senso della giustizia.Nel volumetto “Mille modi per dire” (Ed. Molino del Dosso), Serafino Vaninetti racconta di aver udito, da ragazzo, questo racconto sull’hum savàdech: “Un giorno l'homo Salvadego camminava nel bosco alla ricerca di cibo, quando incontrò un pastore che stava consumando un pasto, a bassa voce esclamò: chissà se il pastore mi lascia qualche briciola per sfamarmi un poco? Il pastore abituato ad ascoltare tutti i rumori del bosco, aveva un orecchio fine, capì quel borbottio e, per affinità di vita vivendo sui pascoli, lascia nella scodella un po' di pane e latte. Ritornando poi a sera per mettere a ricovero le sue capre, con grande sorpresa si accorge che la scodella a lui lasciata, con poche briciole di pane e latte e qualche grano di miglio, era piena di monete d'oro.  Tutto contento il capraio tornò a casa, fece sapere quello che gli era successo alla sua famiglia e poi ad altri abitanti del villaggio. La notizia fece scalpore, ma ancora più grande fu l'interesse della gente e, tutti corsero nel bosco a mettere scodelle piene dì cibo sotto gli alberi dove usualmente passava l'homo Salvadego. Il giorno dopo quando andarono per ritirarle, con grande dispiacere si accorsero però le ciotole depositate piene di cibo, contenevano un solo un soldo, equivalente al valore delle vivande. Questa ed altre storie noi ragazzi, le ascoltavamo con attenzione, mentre il pensiero volava nei sentieri del bosco, ci sembrava di veder apparire l'hum savadech.”

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